Il pugnale nel Giardino - Vahè Katcha

Publié le par lo83

Il Pugnale nel giardino - Vahè Katcha

Dalla copertina:

"Un armeno che ruba una mela è un criminale. Un turco che ruba una pera è uno sbadato.
Questo gli armeni lo sapevano da sempre. Sotto Abdul-Hamid, il Sultano Rosso, la Sublime porta aveva avuto immancabilmente due pesi e due misure.
Costantinopoli ha secoli gloriosi e ingloriosi alle spalle. Le sue cupole dorate, il suo mare tranquillo, le rive animate del Bosforo dai colori brillanti quanto le tessere dei mosaici nelle cattedrali non hanno dimenticato il passato.
La storia ha insegnato molte cose. Fra l'altro, che per sedare il malcontento di una popolazione affamata e rabbiosa basta a volte trovare un capro espiatorio, non importa con quale pretesto. Gli armeni non credono nell'Islam. Appartengono per lo più alla borghesia agiata. Sono orgogliosi delle loro tradizioni. Chiedono libertà e indipendenza. però una questione armena non esiste.
Perchè gli armeni sono ricchi, cristiani e testardi. E quindi devono semplicemente sparire.
Non è più il tempo dei bazar varipinti, delle sfilate in onore del sultano rinchiuso nella sua favolosa reggia di Yldiz, degli sfarzosi balli alle ambasciate, delle serate a teatro, delle feste tradizionali con canti e danze per rallegrare un matrimonio, un compleanno.
Ma nessuno, nemmeno Azad, il più giovane della facoltosa famiglia armena Dourian, poeta, giornalista, scrittore dalla penna coraggiosa e battagliera, può immaginare a che punto si potrà giungere. dai primi disordini del 1985, con brevi intervalli di tranquillità, la situazione si fa sempre più tesa.
Le alleanze politiche si legano e si spezzano; i patti si firmano e si tradiscono. E allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale, nessuno è disposto ad alzare un dito o a levare una voce in difesa d'una minoranza lontana. E verrà il giorno in cui Azad dovrà lasciare la penna e prendere il fucile.
Gli armeni amano, odiano, vivono, Ignari. Azad, il poeta, il guerriero; Tigran, suo fratello, l'uomo di mondo; la bella Gayanè che sa recitare il Moliere e scegliere stoffe preziose; il dignitoso patriarca Bedros; l'estroso attore Otello dalla voce stentorea e dal cuore d'oro...Tutti in quel milione e mezzo di morti. Un Olocausto.
Chi si ricorda ancora degli armeni?
E' difficile. Sono in ritardo di un genocidio sull'orologio della storia.
Ma Vahè katcha, armeno, autore d'una trentina di romanzi da molti dei quali sono stati tratti film di successo, ha restituito voce e vita a un popolo distrutto e disperso nelle pagine vibranti d'una ricostruzione curata e commossa. Una saga che copre più di trent'anni, dal 1884 al 1916, per non dimenticare.
Mai.

Ho appena finito di leggere questo libro meraviglioso grazie alla biblioteca (che a comprarlo purtroppo non riesco a trovare da nessunissima parte :( se non in Francese, lingua che non conosco affatto e mi piacerebbe tanto che questo libro appartenesse alla mia piccola Biblioteca personale) e...non so assolutamente che dire.
Mi vien solo voglia di citare la frase con cui si chiude, e consigliarlo a tutti.
(Garo è un bambino sordo-muto, adottato da uno dei personaggi del libro, Otello,l'attore, con cui è stato deportato )

"Garo è vivo.
E' cittadino sovietico, libanese, americano, francese, brasiliano...
E' sopravvissuto. NOn è sordo. Non è muto.
Lo si può incontrare in qualunque parte del mondo. Vi racconterà la sua storia. Vi racconterà come è riuscito a sopravvivere allo sterminio di un popolo.
Vi parlerà di suo padre, del nonno, di un parente che è stato ucciso. Ma nessuno più lo vuole ascoltare perchè è in ritardo di un genocidio.
Riesce solo a smuovere della sabbia e quando per caso un granello gli sfugge, è troppo leggero per penetrare nelle coscienze.
Non siete obbligati a credere a quello che dice.
Ma se lui decide di mostrarvi la mano o quella di suo nipote, sarete obbligati a crederci.
Perchè sulla mano di ogni armeno c'è ancora una cicatrice che sanguina."

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